Merzbau_lo spazio gestito dagli artisti
16 Gennaio 2012 - testo di Andrea Massaioli

Inaguriamo oggi una nuova rubrica: Merzbau, uno spazio che ArteSera vuole dedicare agli artisti, con l'obiettivo di dar loro voce, facendo sì che essi possano esprimere pensieri e opinioni in piena libertà. Inizia Andrea Massaioli, aprendo la strada a tutta una serie di interventi di critica artistica, riflessione, ricordo, cronaca che noi ospiteremo, stampati e in rete sul blog di Artesera.

 

Cari  Direttori, Assessori e Presidenti vari di vari musei, fiere, fondazioni nonché superfondazioni…
forse non ve ne siete accorti ma esiste un’anomalia nella situazione artistica torinese, e non è quella del taglio ai finanziamenti alla cultura. La vera anomalia è che oggi Torino  si ritrova da un lato con tanti bellissimi mega contenitori internazionali (musei, fiere, triennali…) così costosi da dipendere pesantemente da aiuti economici pubblici (più san paolo e crt), insomma le risorse del “territorio”, e dall’altro lato  ha perso per strada due generazioni di artisti formati proprio nel territorio torinese negli anni 80 e anni 90 ( e che nonostante tutto sono riusciti a costruirsi un proprio percorso artistico nazionale e internazionale). Se vogliamo capire l’origine di questa anomalia dobbiamo chiederci qual’è stato il progetto culturale delle nostre istituzioni  negli ultimi decenni verso l’arte contemporanea. In altre parole, con quali obiettivi sono stati spesi i finanziamenti? Non tanto per una rivendicazione da “ragionieri” ma per capire se gli investimenti effettuati per sostenere un’immagine di Torino internazionale (capitale dell’arte contemporanea), abbiano avuto anche una ricaduta sul “territorio”, abbiano cioè contribuito proporzionalmente a far crescere quel “vivaio” artistico torinese, costituito non solo da giovani artisti, ma da galleristi, critici, editori, collezionisti, pubblico…
Il sospetto è che solo briciole sono state investite in questa direzione, trasformando l’assessorato alla cultura in un assessorato al turismo, attenti più a finanziare operazioni  di grande visibilità, alla ricerca di un immediato tornaconto (politico). Di fatto non c’è stato alcun progetto “strutturale” che aiutasse a crescere le generazioni di artisti che precedentemente erano appena passate attraverso rassegne giovanili  come “ultimi arrivi”, “proposte”, e “nuovi arrivi”. Dagli anni 90 la maggior parte dei finanziamenti ed energie vengono spesi per proporre mostre di artisti internazionali, per sostenere la generazione di artisti dell’arte povera, o per creare “ mega contenitori” di altissimo livello, ma sempre scavalcando o non coinvolgendo la realtà artistica torinese in modo efficace. Un esempio: durante le olimpiadi, proprio nel momento di massima visibilità internazionale, le istituzioni hanno avuto il coraggio di offrire agli artisti di Torino... i corridoi dell'assessorato alla cultura del comune, (mostra INSEDE) mentre il grosso dei finanziamenti è destinato alla triennale (T1) occupando  quasi tutti gli spazi dedicati all’arte contemporanea della città. Qual è stata la differenza di investimento economico? Qual è stata la ricaduta sul territorio? Un’altra occasione persa: artissima. La fiera all’inizio (Casiraghi) riesce a risvegliare il mercato d’arte contemporanea torinese, ma una gestione fallimentare offre l’occasione alle istituzioni pubbliche di rilevarne il marchio e ridisegnare la fiera su obiettivi internazionali ,sulle ultime tendenze giovanili, e con un taglio quasi curatoriale. Ma perché deve essere sostenuta da così tanti  finanziamenti pubblici? visto che la conseguenza è stata sacrificare molte gallerie/artisti torinesi, tagliando fuori anche il mercato dell'arte del 900...,un collezionismo torinese magari da difendere e da contaminare di più nell’arte contemporanea. Alla fine anche in questo caso abbiamo un contenitore molto prestigioso internazionalmente, ma sempre poco autonomo economicamente, visto  che vive per buona parte di soldi pubblici, e con scarse ricadute e effetti di crescita sul tessuto artistico torinese (che dovrebbe essere una motivazione primaria dell’investimento pubblico). I due piani (locale e internazionale) sono così irriducibili?Per non parlare di quello che avrebbe dovuto fare la Gam e che non ha fatto (se si escludono le acquisizioni, cosa non da poco, a onor del vero, almeno da lì si potrebbe ripartire).
Ora, cari Direttori, vi si chiede di “osare” un po’ di più. Dopo aver prosciugato tutte le risorse economiche in una sola direzione, nella situazione attuale è inutile scimmiottare uno scenario artistico internazionale ormai dominato da un’alta finanza in crisi, che ha sempre sostenuto solo i propri interessi, i propri artisti e curatori, creando una koinè artistica ormai sovrapponibile e comune da Shangai a New york… omologando sempre più modi e forme d’arte. Invece di rincorrere tutto questo (e i suoi salotti buoni), forse dovreste osare un pensiero più “glocale”, (brutta parola, eppure…) trovare un nuovo equilibrio tra il macro e il micro, tenendo conto che il micro è solo una fase  momentanea in divenire verso il macro, se opportunatamente gestito e stimolato, e soprattutto con l’ausilio delle nuove tecnologie che azzerano distanze e tempi.
Il “locale” non ha un carattere negativo, è un micro con molte risorse da  rivelare (non solo artistiche ma anche economiche). Senza andare troppo lontano ecco un modello da seguire: penso alla rivoluzione portata da Carlo Petrini nell’ambito della industria alimentare. Immaginiamo  una  rete (come Terra Madre) orizzontale che porta alla luce una vera biodiversità artistica (doc), glocale, volta a ridisegnare, reinventare  e accorciare la filiera che lega il prodotto artistico al consumatore finale. E il successo non solo economico di questa filosofia, che si materializza nel salone del gusto, dimostra come i nostri amministratori dovrebbero ripensare tutto su scale differenti: dalle spese faraoniche per “mega contenitori”, similinternazionali, alle piccole reti, più radicate nel territorio e ,contemporaneamente attraverso internet, affacciate sul mondo, facilitando così un’autentica circolazione di idee, contenuti e soprattutto possibilità. Come Terra madre, che in pochi anni ha dato vita, con bassi budget, a 6000 comunità in 152 paesi del mondo, creando presidi e reti di piccoli musei intesi ognuno come “piccoli granai della memoria, dove saperi, sapienze, storie “locali” possono essere salvate e condivise, come rare e dimenticate varietà” artistiche.

 

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